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BLACKSTEAM – ARTEMISIA E LA CULTURA DEL SUO TEMPO

CHARLES PIERRE BAUDELAIRE  (Parigi9 aprile 1821 – Parigi31 agosto 1867)

(a cura di Valentina Di Stefano)

“Si può fare cultura con un fumetto?” Mi sono fatta questa domanda quando mi fu chiesto di scrivere la sceneggiatura di Blacksteam. Ovviamente, intendendo il termine cultura nel suo senso più ampio, non solo riferendosi alla cultura propria del fare fumetto.

La risposta è venuta da sola quando ho cominciato a delineare il personaggio di Artemisia, il suo mondo, il suo background e la sua personalità. Artemisia è una donna colta e raffinata, è laureata in fisica e fa la scienziata, ma ha una tale curiosità per il mondo che la circonda che è amante dell’arte e della letteratura, è affascinata dalle persone che fanno cultura e del grande potere che il fare cultura porta con sé.

Ed allora perché non inserire all’interno della trama, collegati con il racconto che si va sviluppando, piccoli pensieri di grandi menti?

Nel primo numero viene riportato il testo di un componimento poetico intitolato “LE TENEBRE” tratto da “I FIORI DEL MALE” di Baudelaire, che sicuramente Artemisia, la nostra protagonista, ha letto ed ha fatto sua.

 

LE TENEBRE

Nei sotterranei d’insondabile tristezza

dove il Destino mi ha ormai relegato;

dove un raggio ilare e roseo mai non spezza

il buio e, solo con la Notte, ospite ingrata,

 

sono come un pittore che un Dio ironico

condanna, ahimé! a dipingere le tenebre;

dove, cuoco dagli appetiti funebri,

faccio bollire il cuore e lo divoro,

 

a tratti brilla, e s’allunga, e si spiega

un fantasma fatto di grazia e di splendore.

Alla sognante andatura orientale,

 

quando raggiunge la sua grandezza intera,

conosco la visitatrice misteriosa:

è Lei! Nera e tuttavia luminosa.

 

CHARLES PIERRE BAUDELAIRE è stato un poeta, scrittore, critico letterario e d’arte, filosofo, aforista, saggista e traduttore francese.

È considerato uno dei più importanti poeti del XIX secolo, esponente chiave del simbolismo e grande innovatore del genere lirico, nonché anticipatore del decadentismoLES FLEURS DU MAL, la sua opera più nota, è considerata uno dei classici della letteratura francese e mondiale.

Può essere considerato il primo dei cosiddetti “poeti maledetti”, ha influenzato molti autori successivi appartenenti anche a correnti letterarie e vissuti in periodi storici differenti, ed è considerato ancor oggi non solo come uno dei precursori della letteratura decadente, ma anche di quella poetica e di quella filosofia nei confronti della società, dell’arte, dell’essenza dei rapporti tra esseri umani, dell’emotività, dell’amore e della vita che lui stesso aveva definito come “modernismo“.

 

Figlio  di un uomo seguace dell’Illuminismo troppo presto scomparso (il padre di Baudelaire aveva sessantadue anni alla sua nascita e Charles aveva appena sette anni alla sua scomparsa, sua madre, invece, aveva solo ventisette anni quando lo mise al mondo), Baudelaire visse  la sua giovinezza in pieno romanticismo.  Infanzia infelice, tra la madre, che adorava ma alla quale non perdonò il  nuovo matrimonio, ed  il  patrigno, il quale non comprese gran che di questo giovane fragile e pieno di contraddizioni, di cui voleva determinare i percorsi d’istruzione, destinandolo agli studi di Diritto.

Baudelaire, invece, sceglie ben presto la bohème del Quartiere latino e medita un programma di vita che gli eviti a tutti i costi di diventare un “homme utile”. A vent’anni, quando ha già avuto una relazione tempestosa  con una prostituta ebrea, e già  le relazioni familiari si sono guastate, su decisione della famiglia viene costretto ad imbarcarsi per l’India: in realtà, si ferma alcune settimane all’Isola Mauritius, quindi alla Réunion, si riempie gli occhi di immagini e di colori sontuosi, scopre i poteri della sensualità e rientra in Francia fin dal febbraio 1842, dopo appena dieci mesi d’assenza. Da questa esperienza tuttavia nacque la passione di Baudelaire per l’esotismo, che si rifletterà in seguito nelle sue opere. Raggiunta la maggiore età, riceve l’eredità del padre naturale e conduce  una vita che la famiglia considera  abbastanza dissoluta (il patrigno vedeva di mal occhio la sua relazione  con una mulatta, Jeanne Duval e non approvava le sue frequentazioni artistiche) tanto da imporgli un giudice tutelare, al fine di privarlo del godimento dei beni. Queste vicissitudini intime e familiari faranno  di Baudelaire un disadattato a vita.

Nonostante non avesse pubblicato ancora nessuna opera, già nel 1843, Baudelaire era conosciuto nei circoli letterari Parigini come un dandy dedito a spese e lussi che spesso non poteva neppure permettersi, circondandosi di opere d’arte e libri; i generosi dispendi economici del suo tenore di vita intaccarono rapidamente la metà del patrimonio paterno costringendo la madre, dietro consiglio del patrigno, ad interdire il giovane e affidare il suo patrimonio ad un notaio.

In questo periodo entrò a far parte del “CLUB DES HASHISCHINS, un circolo di letterati e intellettuali dediti all’esplorazione delle esperienze e delle allucinazioni prodotte dalle droghe, prima fra tutte l’hashish. Al 1845 risale la prima pubblicazione con la quale si guadagnò parecchie attenzioni in campo artistico, per l’audacia delle idee esposte e per la competenza dimostrata dall’autore.

A questo primo “successo” personale faceva contrasto però il suo stile di vita: sempre più pressato da debiti, dubbioso sul proprio futuro, solo e con una condizione psicologica precaria, Baudelaire tentò per la prima volta il suicidio.

La vita di Baudelaire nei primi anni della seconda metà dell’Ottocento permaneva nelle medesime condizioni di precarietà, tra alloggi momentanei, debiti pressanti, lavori altalenanti e una salute cagionevole. Inizia ad amare la musica di Richard Wagner, che conobbe in occasione della rappresentazione parigina del Tannhäuser e di cui ammirava la musica innovativa, al limite della tonalità, ch’egli paragonava alle sensazioni dell’oppio e lo scrittore Edgar Allan Poe, cui dedicherà diversi articoli e personali traduzioni in francese. Poe e il romanzo gotico rappresenteranno per Baudelaire una potente influenza, che risulterà più evidente in svariati componimenti de “I fiori del male”.

Baudelaire venne processato nel 1857, per la pubblicazione de “I Fiori del Male”, insieme al suo editore. Baudelaire venne accusato di “offendere la morale pubblica e il buon costume”. Essendo già incastrato in una situazione difficile a causa della sua partecipazione alla rivoluzione del 1848, Baudelaire e il suo editore vennero processati e lo scrittore dovette pagare una multa di 300 franchi ed eliminare 6 poesie considerate “oscene”. Nel 1864, dopo essere stato rifiutato all’Académie française, decise di recarsi a Bruxelles con la speranza di ricavare del denaro per mezzo di alcune conferenze, cercando anche di vendere i diritti delle sue opere. A Bruxelles la sua dipendenza dalle droghe peggiorò ulteriormente, portandolo a fumare oppio e ad abusare degli alcolici.

Nel 1866 a Namur, venne colpito da ictusemiplegia e afasia e rimase paralizzato nel lato destro del corpo; riportato a Parigi, con la sifilide arrivata ormai all’ultimo stadio, nella casa di cura del dottor Duval, cercò sollievo nelle droghe e nell’alcol, ma nel 1867, morì, a soli 46 anni, tra le braccia della madre dopo una straziante agonia.

Nel 1949 la Corte di Cassazione francese decise di riabilitare opere e memoria del poeta scomparso.

 

LES FLEURS DU MAL: il titolo di quest’opera riassume a pieno l’idea di bellezza propria del poeta francese. Il male, come il bene, ha i suoi fiori, le sue bellezze. Il male risulta però più attraente e più accattivante. Quest’opera evoca il “viaggio” immaginario, tipico della concezione di vita di Baudelaire. Si parte infatti dall’angoscia di vivere (Spleen), al quale si contrappone da una parte un ideale divino (Idéal), fatto di corrispondenze naturali, d’amore e bellezza, al quale si può arrivare solo tramite la bellezza ideale. Dall’altra parte abbiamo poi la morte, altra fonte di salvezza. Ci arriviamo attraverso il male, la ribellione contro tutto ciò che ci circonda, ma soprattutto contro Dio, con l’utilizzo di droghe e alcol, che rappresentano il tentativo del poeta di trovare rifugio, scoprendo però che sono capaci di donare solo una breve illusione di libertà (Enivrèz Vous – “Ubriacatevi”).

I fiori del male esprimono dunque la vita secondo Baudelaire, divisa nelle seguenti sezioni: Spleen et IdéalQuadri Parigini,Il VinoFleurs du MalRivoltaLa Morte. Il significato della scelta del titolo è anche molto importante. ha un doppio valore simbolico; infatti il “fiore“, nascendo dalla terra, fa parte della natura maligna e perciò viene detto “del male“.

 

 

 

Il personaggio “Charles Baudelaire” ha alimentato il mito del bohémien e del flâneur, lo studente povero o presunto tale, ribelle e amante dei piaceri notturni, dell’assenzio e delle novità in fatto di costumi e di arte. Generazioni di studenti e di poeti si sono ispirati e ancora oggi si ispirano al poeta parigino. Figura in parte contrapposta in parte collocata al fianco del dandy e dell’esteta, Baudelaire incarna quella visione di gioventù romantica dedita all’eccesso e alla poesia, un po’ cupa e rivoluzionaria.

Da sempre l’autore dei Fiori del male è stato assunto a vessillo antiborghese della contrapposizione produttiva, di quel mito romantico che vede nel giovane che si allontana dalla famiglia e che si dedica a droghe, all’alcol e all’arte un portatore del nuovo e un artista all’avanguardia. Baudelaire infatti con i suoi scritti e la sua vita rappresenta tuttora l’artista e il poeta maledetto, figura iconografica che segna ancora profondamente la visione dell’intellettuale e del poeta ai giorni nostri.

I suoi temi principali sono quelli di cui tutta la letteratura moderna sarà nutrita e intrisa: il piacere, soprattutto quando è torbido ed amaro, la perversione, l’odio di sé e degli altri, lo spleen che scava nell’intimità dell’essere, la coscienza sempre più  penosa di se stessi (l’angoscia che pianta sul cranio inclinato il suo vessillo nero)  e infine  la sfida suprema verso una società che si pretende cristiana, quella di dubitare dell’esistenza stessa di Dio.

Baudelaire è risolutamente moderno per  il posto che assegna all’immaginazione. Quest’immaginazione non inerte e passiva  è invero la più scientifica delle facoltà perché essa sola comprende l’analogia universale fra le cose e  permette al poeta di attingere l’ineffabile, lo strumento atto ad esorcizzare l’angoscia che emana dalla molteplicità del reale. Poiché qualsiasi cosa nell’universo si corrisponde la poesia è la matrice dei simboli e dà all’uomo i mezzi per oltrepassare il reale in un surreale che gli rende tollerabile il  reale stesso.

Ti adoro

T’adoro al pari della volta notturna,
o vaso di tristezza, o grande taciturna!

E tanto più t’amo quanto più mi fuggi, o bella,
e sembri, ornamento delle mie notti,
ironicamente accumulare la distanza
che separa le mie braccia dalle azzurrità infinite.

Mi porto all’attacco, m’arrampico all’assalto
come fa una fila di vermi presso un cadavere e amo,
fiera implacabile e cruda, sino la freddezza
che ti fa più bella ai miei occhi.

 

Nella poesia di Baudelaire il miraggio di un’esistenza all’insegna della bellezza pura ed ideale, incontaminata, illesa dalle brutture della contingenza terrena e reale, trasfigurata da sensibilità, malinconia, sana irrazionalità veniva costantemente minato dall’attrazione fatale e perversa verso il male, i piaceri immondi e depravati, quell’inferno che seduce e soggioga e al quale non si può rinunciare.

“Scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti; 
ogni giorno d’un passo, col fetore delle tenebre, 
scendiamo verso l’Inferno, senza orrore.”

Protagoniste di numerose poesie sono le donne, oggetto di ammirazione profonda, di adorazione e, al contempo, depositarie del male nella sua forma più pura. Baudelaire ostenta una violenta misoginia che culmina nella necessità impellente, nel bisogno imperioso della donna stessa, in quanto detentrice di vizi e basse passioni, personificazione del diavolo, peccato a cui non si può far a meno di soccombere.

“Tu, come lama di coltello
sei entrata nel mio cuore in lacrime!
Tu, forte come una torma 
di demoni folle e in ghingheri,

sei venuta a fare del mio spirito
umiliato il tuo letto ed il tuo regno!
Tu, infame alla quale son legato
come il forzato alla catena,

come il testardo giocatore al gioco,
come il beone alla bottiglia,
come la carogna ai suoi vermi!
Maledetta! Maledetta!

Ho pregato la spada rapida
di conquistare la mia libertà;
ho detto al perfido veleno
di scorrere me vile;

macchè! Il Veleno e la Spada
con disprezzo m’han detto:
“Sei indegno di esser strappato
alla tua maledetta schiavitù,

imbecille! Se pure i nostri sforzi
ti liberassero da quel dominio,
tu stesso coi tuoi baci resusciteresti
il cadavere del tuo vampiro!”

L’amore è “un delitto nel quale non si può fare a meno di un complice”, ma anche “un’operazione chirurgica o una tortura” in cui vi è sempre un carnefice ed una vittima. Esso assomiglia alla più bella delle illusioni, perché

“Ho le braccia a pezzi a forza di abbracciare le nuvole.”

 

 

 

ARTEMISIA LA SCELTA DEL NOME IN ONORE DI ARTEMISIA GENTILESCHI

(a cura di Valentina Di Stefano)

 

In tanti ci hanno chiesto come mai è stato scelto un nome tanto inconsueto per la protagonista del nostro fumetto BLACKSTEAM e con questo articolo proviamo a spiegarne le ragioni.

La nostra protagonista è una donna forte, inconsueta, indipendente, spregiudicata, imprevedibile e fiera, soprattutto per l’epoca e il paese in cui è ambientato il fumetto, la fine dell’Ottocento nella Roma papalina, ovvero in un momento ed un luogo storico in cui una donna “moderna” non avrebbe certo avuto vita facile.

Ci sono state donne così nel passato della storia italiana? Certamente si, due esempi per tutte: c’è stata ELENA LUCREZIA CORNARO (Venezia, 5 giugno 1646 – Padova, 26 luglio 1684) la prima donna al mondo che sia riuscita a laurearsi, anche se, nonostante fosse una vera erudita in tante materie, le fu concesso di laurearsi solo in Filosofia (presso l’Università di Padova nel 1678) e fu obbligata ad una vita monacale come oblata benedettina, perché una donna che studiava poteva essere dirompente per la società del XVII sec.

Altro esempio CATERINA DE’ MEDICI (Firenze, 13 aprile 1519 – Castello di Blois, 5 gennaio 1589) fu moglie di Enrico II° di Francia. Fu anche reggente al trono dal 1560 al 1563 ed ebbe una grande influenza nella vita politica di Francia. Francesco I°, suo suocero, fu colpito dall’intelligenza, dalla cultura, dalla modestia e dall’obbedienza, ma soprattutto dal sincero affetto che gli dimostrava, tanto che la ammise nella sua petite bande, la cerchia di favoriti che lo seguiva ovunque andasse. Fu proprio per seguire il suocero nelle sue battute di caccia che Caterina inventò la cavalcata all’amazzone, che permetteva alle donne di stare al passo degli uomini e di poter mostrare, in maniera discreta, la forma delle gambe. Alla corte dei Valois la ragazza continuò il suo apprendistato politico iniziato alla corte papale, osservando i comportamenti del re, le schermaglie tra cortigiani e gli scontri tra favorite di corte.

La Medici, inoltre, fu estremamente ammirata per la vasta cultura che possedeva. Conosceva, oltre all’italiano, il francese, il latino, e comprendeva molto bene il greco. La sua biblioteca personale giunse infine a contenere 2.118 libri su vari argomenti, dal campo umanistico a quello scientifico, dimostrando una vasta curiosità intellettuale: manoscritti rari, testi di storia, di matematica, teologia, filosofia, alchimia, astronomia, medicina, geografia, di musica, scienze e storia dell’arte.

Nella moderna storiografia viene considerata una delle maggiori sovrane di Francia, sostenitrice della tolleranza civile, che pur compiendo diversi errori di valutazione, tentò di seguire una politica di conciliazione con l’aiuto dei propri consiglieri, animata in primo luogo dal desiderio di assicurare la continuazione della dinastia Valois.

Nel nostro caso, vuoi per il fatto che era romana, anche lei vissuta in un’epoca nella quale erano il Papa e la religione a fare le regole sociali, vuoi per il fatto che non si è mai piegata alle suddette regole, anzi abbia deciso, con fierezza, di sfidarle, abbiamo ritenuto opportuno dare alla nostra eroina il nome di Artemisia proprio in suo onore.

 

 

Qui potete leggere una breve biografia di questa donna straordinaria.

ARTEMISIA GENTILESCHI (Roma, 8 luglio 1593 –  Napoli 1654) era sicuramente una donna che ha precorso i tempi, dalla vita sicuramente travagliata.

Autoritratto – Allegoria della pittura

 

A 12 anni Artemisia provò il suo primo grande dolore: rimase orfana di madre. Questa tragica circostanza le consentì tuttavia di avvicinarsi molto al padre, Orazio Gentileschi, di origini toscane, pittore molto apprezzato a Roma. La giovane Artemisia, che doveva comunque occuparsi della gestione della casa e dei suoi fratelli più piccoli, era affascinata dal lavoro del padre, che ebbe il merito di accorgersi del talento della figlia. Tutto quello che imparò fu il frutto dell’insegnamento di Orazio stesso, entro le mura domestiche, perché a lei, giovane donna, non era consentito un percorso di apprendimento all’esterno, in quel mondo artistico popolato solo da uomini, talvolta poco raccomandabili, come il contemporaneo Caravaggio, che tanto influenzò la pittura di Gentileschi, e di conseguenza anche di Artemisia.

Essere confinata in casa però, non salvò Artemisia dalla tragedia che segnò la sua vita. Orazio ebbe il torto di fidarsi di un pittore con cui collaborava, Agostino Tassi. Nonostante fosse un personaggio dai burrascosi precedenti (era uno scialacquatore e fu mandante di diversi omicidi) e talmente prepotente da essere chiamato “lo smargiasso”, godeva però della fiducia di Gentileschi padre, con cui aveva collaborato alla realizzazione della loggetta del Casino delle Muse di Palazzo Rospigliosi. Orazio aveva una tale fiducia in Agostino che gli consentiva di frequentare assiduamente casa propria, e addirittura di dare lezioni di prospettiva ad Artemisia, essendo un virtuoso della prospettiva in trompe-l’œil .

Tassi tentò più volte di sedurre la ragazza, ricevendo sempre un fermo rifiuto. Fino al maggio del 1611, quando pensò bene di approfittare dell’assenza di Orazio per prendere con la forza ciò che Artemisia non era disposta a concedere. Grazie alla compiacenza di Cosimo Quorli, furiere della camera apostolica e di una certa Tuzia, vicina di casa Gentileschi, che avrebbe dovuto vigilare su Artemisia mentre il padre era lontano, Tassi stuprò la ragazza, allora diciottenne.

Dopo aver violentato la ragazza Tassi arrivò persino a blandirla con la promessa di sposarla, così da rimediare al disonore. Bisogna ricordare che all’epoca vi era la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale qualora fosse stato seguito dal cosiddetto «matrimonio riparatore», contratto tra l’accusato e la persona offesa.  Artemisia cedette dunque alle lusinghe del Tassi e si comportò more uxorio, continuando a intrattenere rapporti intimi con lui, nella speranza di un matrimonio che mai arriverà. Orazio, dal canto suo, tacque sulla vicenda, nonostante Artemisia l’avesse informato sin da subito. Fu solo nel marzo del 1612, quando si scoprì che Tassi, che nel frattempo aveva anche una relazione con la sorella della moglie, cosa all’epoca considerata incestuosa, era già sposato e quindi impossibilitato al matrimonio, che Orazio Gentileschi indirizzò una querela a papa Paolo V per sporgere denuncia contro il Tassi, accusandolo di aver stuprato la figlia. La petizione recitava così:

«Una figliola dell’oratore [querelante] è stata forzatamente sverginata e carnalmente conosciuta più et più volte da Agostino Tasso pittore et intrinseco amico et compagno del oratore, essendosi anco intromesso in questo negozio osceno Cosimo Tuorli suo furiere; intendendo oltre allo sverginamento che il medesimo Cosimo furiere con sue chimere abbia cavato dalle mane della medesima zitella alcuni quadri di pitture di suo padre et in specie una Juditta di capace grandezza. Et pechè, B[eatissimo] P[adre], questo è un fatto così brutto et commesso in così grave et enorme lesione et danno del povero oratore et massime sotto fede di amicizia che del tutto si rende assassinamento»

Iniziò quindi un processo, durato sette mesi, che mise sotto accusa Artemisia stessa, ma la ragazza dimostrò una forza e un coraggio insospettabili. Il Tassi tentò di ribaltare le accuse, grazie anche a testimonianze compiacenti, accusando Artemisia di essere una donna promiscua e non più vergine. Il fatto che la denuncia fosse stata fatta tanti mesi dopo lo stupro non giovò alla credibilità di Orazio e di Artemisia, che ormai a Roma era considerata allo stesso livello di una prostituta.

Artemisia, secondo la prassi, fu obbligata numerose volte a visite ginecologiche lunghe e umilianti, durante le quali il suo fisico fu esposto alla morbosa curiosità della plebe di Roma e agli attenti occhi di un notaio incaricato di redigerne il verbale: le sedute, in ogni caso, accertarono un’effettiva lacerazione dell’imene. Per verificare la veridicità delle dichiarazioni rese le autorità giudiziarie disposero che Artemisia venisse sottoposta a testimoniare sotto tortura (era considerato un modo per accelerare il procedimento) durante un confronto diretto con il Tassi. La pittrice si sottopose alla tortura dei “sibilli”: i pollici erano legati con delle cordicelle che, grazie ad un legno, venivano strette sempre di più intorno alle falangi, fino anche a stritolare le dita. La conseguenza poteva essere la perdita completa dell’uso dei pollici, che avrebbe significato la rovina professionale di Artemisia. Mentre le guardie le legavano i pollici per la tortura, la coraggiosa Artemisia gridò al Tassi:questo è l’anello che mi dai, e queste le promesse!”.

Questa la testimonianza di Artemisia al processo:

Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatica per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò. Havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntandomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli levai anco un pezzo di carne”.

La ragazza sopportò ogni cosa, e alla fine ebbe una giustizia formale, ma non una vera vittoria: il Tassi fu condannato per lo “sverginamento”, con la possibilità di scegliere tra cinque anni di reclusione o l’esilio perpetuo da Roma. Ovviamente scelse l’esilio, ma in realtà non lasciò mai Roma, grazie alla protezione di alcuni suoi importanti clienti, mentre Artemisia veniva bollata come una “puttana bugiarda che va a letto con tutti”.

Fu invece Artemisia ad andarsene. Il giorno dopo la fine del processo sposò Pierantonio Stiattesi, pittore di poco talento, e si trasferì a Firenze. Anche se non fu certo un matrimonio d’amore, le nozze consentirono alla ragazza, e alla sua famiglia, di recuperare una certa onorabilità.

Nel corso degli anni Artemisia Gentileschi si spostò di nuovo a Roma, poi a Napoli e a Londra, e forse anche a Venezia e Genova, inseguendo sempre delle commesse che le consentissero di mantenere i suoi quattro figli e che fossero in grado di mantenere il dispendioso stile di vita del marito.

Per lungo tempo Artemisia Gentileschi fu ignorata dal mondo dell’arte, e poi considerata solo in relazione all’evento drammatico che aveva sconvolto la sua vita. Per questo il suo talento è stato messo spesso in secondo piano rispetto alla sue vicende biografiche, che poi l’hanno fatta considerare una specie di femminista ante-litteram. Ma Artemisia era una donna del suo tempo.

Lei era una pittora, anzi “L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto e simili essenzialità…” (Roberto Longhi).

Per secoli, dunque, la pittora è stata poco conosciuta e, anzi, sembrava quasi condannata all’oblio, tanto da non essere menzionata neppure nei libri di storia dell’arte. Il culto di Artemisia Gentileschi si ravvivò solo nel 1916, anno in cui fu pubblicato l’articolo di Roberto Longhi denominato Gentileschi padre e figlia. La volontà del Longhi era quella di emancipare la pittrice dai pregiudizi sessisti che la opprimevano e di riportare all’attenzione della critica la sua statura artistica nell’ambito dei caravaggeschi della prima metà del XVII secolo. Longhi diede in tal senso un contributo fondamentale perché, spazzando via la nebbia dei preconcetti sorti attorno alla figura della pittrice, fu il primo a esaminare la Gentileschi non in quanto donna, bensì come artista, considerandola al pari di diversi suoi colleghi uomini, primo fra tutti il padre Orazio.

 

Giaele e Sisara

 

La critica più recente, a partire dalla ricostruzione dell’intero catalogo di Artemisia Gentileschi, concorda nel ritenere che il suo vissuto esistenziale, se da una parte è necessario per averne corretta fruizione dell’opera, dall’altra non consente assolutamente di averne una visione esaustiva. Ha altresì inteso dare una lettura meno riduttiva della carriera di Artemisia, collocandola nel contesto dei diversi ambienti artistici che la pittrice frequentò, e restituendo la figura di un’artista che lottò con determinazione, utilizzando le armi della propria personalità e delle proprie qualità artistiche contro i pregiudizi che si esprimevano nei confronti delle donne pittrici; riuscendo a inserirsi produttivamente nella cerchia dei pittori più reputati del suo tempo, affrontando una gamma di generi pittorici che dovette esser assai più ampia e variegata di quanto ci dicano oggi le tele a lei attribuite.

Giuditta che decapita Oloferne

 

Numerose sono le pubblicazioni su Artemisia Gentileschi, sia sulla sua arte che sulla sua biografia, la pubblicazione più recente, presentata a Firenze il 12 maggio scorso, è un volume curato da Alessandro Grassi per il gruppo Menarini, in collaborazione con Pacini Editore.

Dalla sua vita straordinaria è stato tratto un film, nel 1997, intitolato PASSIONE ESTREMA, per la regia di Agnès Merlet, dove Artemisia è interpretata da una intensa Valentina Cervi, Michel Serrault è Orazio, Miki Manojlovic è Agostino Tassi e Luca Zingaretti è Cosimo Quorli.

Esiste anche un docufilm del 2011, intitolato THE TRIAL OF ARTEMISIA GENTILESCHI, nel quale Carolina Gentili ha la parte di Artemisia, prodotto e girato dal CDRC (Coro Drammatico Renato Condoleo) di Firenze, nel quale la narrazione è scrupolosamente  fondata sui verbali del processo, tanto che si può dire che non esiste una sola frase pronunciata da Artemisia o dal Tassi nel film che non sia stata effettivamente pronunciata durante il processo. Il film ha avuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui l’inserimento nella sezione FilmArt del Dubai Film Festival e la bronze palm al Mexico International Film Festival.

I LUOGHI DI ARTEMISIA PARTE 2

(rubrica a cura di Valentina Di Stefano)

CURIOSITA’ E NOTIZIE SULLA ROMA DEL 1886 E LE AMBIENTAZIONI UTILIZZATE PER BLACKSTEAM

 

Per la realizzazione delle ambientazioni di BLACKSTEAM, è stata fatta  una ricerca accurata sulla Roma del 1886. Infatti potrete ammirare alcuni monumenti ed edifici, tutt’ora esistenti, anche se trasformati dal tempo, altri, invece, che oggi non esistono più.

Per la ricerca storica ci si è avvalsi dello straordinario archivio storico/fotografico del sito: www.romasparita.eu che è una stupenda realtà di interscambio fatto con serietà assoluta. Se volete informazioni maggiori sulle foto qui pubblicate, effettuando una ricerca sul sito di Roma Sparita, allorquando sia stato possibile reperire le fonti, troverete l’anno in cui la foto è stata realizzata, nonché il nome del fotografo.

 

IL REGIO ISTITUTO DI FISICA DI VIA PANISPERNA

IL REGIO ISTITUTO DI FISICA di via Panisperna, attualmente, è sede del Museo della Fisica e Centro Studi Ricerche “Enrico Fermi” e fa parte del gruppo di edifici che costituisce il Ministero dell’Interno di piazza del Viminale.

Nel 1881, l’Istituto di Fisica Sperimentale si trasferì nel nuovo edificio, appositamente costruito, in via Panisperna e fu il primo, in Italia, edificato con la moderna concezione degli spazi destinati ai laboratori di ricerca e all’insegnamento, su progetto di Pietro Blaserna, professore di Fisica Sperimentale alla Sapienza e Direttore del Regio Istituto di Fisica.

 

L’edificio attuale

Tale Istituto fu sede della prima cattedra di Fisica Teorica che dal 1926 è appartenuta al premio Nobel Enrico Fermi, intorno al quale si raccolsero

i giovani scienziati Amaldi, Segrè, Rasetti ed Ettore Majorana; essi sono i famosi “Ragazzi di via Panisperna” che, sotto la guida di Fermi, scoprirono nel 1934 la radioattività indotta dai neutroni, scoperta dalla quale scaturirono tutte le successive ricerche relative all’energia atomica.

L’attuale edificio risulta sopraelevato di un piano, rispetto a quello edificato nel 1881.

 

LA MANIFATTURA TABACCHI DI PIAZZA MASTAI

La MANIFATTURA TABACCHI di piazza Mastai a Trastevere.

La tradizione del Tabacco a Trastevere era già consolidata  nel Seicento. Infatti l’edificio per la lavorazione del greggio si trovava dove oggi è via Garibaldi. Nel XIX secolo i tabacchi erano lavorati e depositati in tre diversi edifici del Rione: presso Santa Margherita, in un locale del San Michele e in un ambiente dell’Ospedale di Santa Maria dell’Orto. Nel 1859 tutti questi opifici erano in pessime condizioni e Pio IX decise di far realizzare un unico, imponente edificio. Fu scelto il luogo dell’attuale piazza Mastai, dove all’epoca si estendevano solo orti e che risultava vicino al porto fluviale di Ripa Grande, dove arrivavano i carichi di tabacco provenienti da oltre oceano. La Manifattura fu realizzata tra il 1860 e il 1863, si progetto  di Antonio Sarti. E’ in tardo stile neoclassico, con la facciata ornata al centro da otto semicolonne doriche su alta base bugnata, sovrastate da trabeazione e timpano triangolare. Sulla trabeazione corre la dedica: PIUS IX P M OFFICINAM NICOTIANIS FOLIIS ELABORANDIS A SLO EXTRUXIT ANNO MDCCCLXIII. Sopra le finestre del primo piano, tra le colonne si notano tre stemmi: quello al centro è di Pio IX, a sinistra c’è quello della Camera Apostolica e a destra quello di monsignor Ferrari, allora Ministro delle Finanze. In origine l’edificio era molto più lungo e il prospetto si estendeva per 178 metri, grazie a due edifici laterali in seguito demoliti. Il portale risulta piuttosto basso, rispetto al maestoso edificio, tanto è vero che Pio IX, durante la sua visita del 14 ottobre 1869, si lasciò andare a una battuta ironica: “Adesso che sono entrato dalla finestra, fatemi vedere dov’è la porta d’uscita!”

All’architetto Andrea Busiri Vici fu affidata la realizzazione del cosiddetto “Quartiere Mastai”, con una serie di case ad affitto ridotto da destinare ad abitazione del personale della fabbrica.

Come scriveva M. Fagiolo, “il Quartiere Mastai in Trastevere, primo quartiere di case popolari a Roma, doveva qualificarsi come una vera e propria cittadella operaia, se non addirittura come una utopia sociale”, che si sviluppava attorno a quello che lui definiva “Tempio o Reggia del Fumo”. Il quartiere fu in seguito snaturato e in parte distrutto dall’apertura, nel 1888, del viale del Re, oggi viale di Trastevere.

Nel 1927 la Manifattura dei Tabacchi venne completamente ristrutturata e divenne sede dei Monopoli di Stato. Negli anni cinquanta del Novecento furono demoliti gli edifici laterali e costruiti nuovi palazzi su progetto di Cesare Pascoletti. Fu quindi destinato alla Direzione Generale dei Monopoli di Stato, mentre la manifattura fu trasferita alla Garbatella.

Attualmente è sede della A.A.M.S. (la Direzione Generale dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato che si occupa, tra l’altro, delle varie lotterie che si svolgono in Italia).

 

I LUOGHI DI ARTEMISIA

(rubrica a cura di Valentina Di Stefano)

CURIOSITA’ E NOTIZIE SULLA ROMA DEL 1886 E LE AMBIENTAZIONI UTILIZZATE PER BLACKSTEAM

Per la realizzazione delle ambientazioni di BLACKSTEAM, è stata fatta  una ricerca accurata sulla Roma del 1886. Infatti potrete ammirare alcuni monumenti ed edifici, tutt’ora esistenti, anche se trasformati dal tempo, altri, invece, che oggi non esistono più.

Per la ricerca storica ci si è avvalsi dello straordinario archivio storico/fotografico del sito: www.romasparita.eu che è una stupenda realtà di interscambio fatto con serietà assoluta. Se volete informazioni maggiori sulle foto qui pubblicate, effettuando una ricerca sul sito di Roma Sparita, allorquando sia stato possibile reperire le fonti, troverete l’anno in cui la foto è stata realizzata, nonché il nome del fotografo.

LA META SUDANS

La META SUDANS (detta anche Meta Sudante), posta tra il Colosseo, l’inizio della Via Sacra e l’Arco di Costantino, era una fontana, risalente, nella sua versione definitiva, all’età flavia (fine del I° secolo d.C.): alta circa 18 metri, di forma tronco-conica ed a pianta centrale, era circondata da una vasca di raccolta delle acque lastricata in travertino, e corredata, su uno dei lati minori di un altare eretto generalmente nei pressi di crocevia di importanti vie di comunicazione e dedicato ai “Lari” (gli spiriti protettori degli antenati defunti). 

In realtà la fontana sorge a pochissimi metri dai resti (rinvenuti durante la campagna di scavi promossa dall’Università “La Sapienza” di Roma nel 1986/2003 nella Piazza del Colosseo), di una eguale fontana, anche se più piccola, di epoca anteriore: la più antica si fa risalire all’epoca di Augusto (63 – 14 a.C.), la più recente al periodo di Domiziano (51 – 96 d.C.).

I resti della Meta Sudans, sono stati demoliti tra il 1933 ed il 1936, insieme ai resti della base del Colosso di Nerone (situati a poche decine di metri dalla fontana, tra il Colosseo ed il tempio di Venere e Roma), in concomitanza dei lavori decisi da Mussolini per la costruzione della Via dei Trionfi (l’attuale Via di San Gregorio) e della Via dell’Impero (l’attuale Via dei Fori Imperiali).

La Meta Sudans deve il suo nome alla sua particolare forma: “meta” perché nei circhi dell’antica Roma, dove si svolgevano le corse di bighe e quadrighe, le due “mete”, alle rispettive estremità della pista, erano i pilastri che indicavano il punto attorno al quale si doveva invertire la direzione di corsa, e “sudans” perché sembrava “trasudasse” acqua. Questo perché l’acqua non sgorgava dalla sua sommità tramite uno zampillo (come alcune errate ricostruzioni riportano) ma fuoriusciva in diversi “rivoli” che, quasi trasudando dall’interno della fontana, delicatamente scendevano lungo i fianchi della struttura conica, velandola, per essere raccolti nella vasca attorno al basamento: per effetto della rifrazione dei raggi del sole sull’acqua la fontana stessa sembrava brillare.

(incisione in rame del 1699, ad opera di Pietro Santi Bartoli)

 

Plastico del Museo della Civiltà Romana con la ricostruzione del
Colosso di Nerone (tra il Colosseo e il Tempio di Venere e Roma, sulla sinistra)
e della Meta Sudans, proprio dietro l’Arco di Costantino

Plastico del Museo della Civiltà Romana con la ricostruzione del Colosso di Nerone (tra il Colosseo e il Tempio di Venere e Roma, sulla sinistra) e della Meta Sudans, proprio dietro l’Arco di Costantino

 

Della fontana rimasero, fino al 1936, le fondazioni del “saliente”, a forma di cilindro in calcestruzzo (profondo 10 metri con un diametro di 7) e della vasca. Il tronco di cono costituente la fontana, elevato in cortina laterizia e con un originario rivestimento in marmo, era posto al centro di una vasca di 15,90 metri di diametro, e misurava 7 metri di diametro e 17, circa, di altezza. L’acqua di scolo era convogliata, dalla vasca, direttamente nel sistema fognario della attuale Via di San Gregorio attraverso canalette sotterranee. Malgrado tutti i recenti studi non si è potuto ancora certificare quale fosse la fonte che alimentasse la fontana, anche se la valle dove sorge il Colosseo era solcata dal “Rivo Labicano”, un torrente che, dopo poche centinaia di metri, si gettava nel Tevere tra il Circo Massimo e l’Isola Tiberina.

Il basamento della Meta Sudans agli inizi del ‘900

 

Oggi ne resta visibile soltanto la base all’interno della grande aiuola che si trova tra il Colosseo e l’Arco di Costantino, come è possibile capire dal raffronto tra le due seguenti fotografie realizzate dallo stesso punto di vista.

 

 

 

 

 

 

Fumetto e Arte a Testaccio!

IL 3 Febbraio vi aspettiamo alla prima edizione di “Fumetto e arte” una bella iniziativa legata al fumetto che si terrà a Testaccio, nel cuore di Roma.  Noi saremo presenti con il nostro stand pieno di autori e fumetti!

Vi aspettiamo numerosi!

Siamo (parzialmente) esauriti!

Sia chiaro! il titolo non è una confessione o una richiesta di aiuto.

Semplicemente diamo l’annuncio che due nostri titoli: Wolfskin Chronicles n°1 e Isola Blu: re Giulio sono momentaneamente esauriti.

 

Momentaneamente perché a breve torneranno disponibili sullo store del sito e ordinabili in fumisteria tramite Pan Distribuzione.

 

Quindi continuate a seguirci  e mi raccomando… leggete fumetti…Prankster ;)

Romics che vai… Prankster che trovi!

Roma. Settembre si chiude con uno degli eventi fumettistici più importanti della capitale, ovvero Romics.
Come sempre la fiera si è dimostrata fonte di grandi soddisfazioni per noi della Prankster Comics.

Il più evidente è stato l’esordio in una “fiera grande” di Stefano Mastrantuono, nuovo disegnatore di Shadowplay, che è stato accolto con entusiasmo dal pubblico con tante richieste di sketch.
Grande accoglienza anche per gli altri disegnatori, “veterani”, come Alessio Nocerino, Viola Coldagelli e l’inossidabile Pierpaolo Pasquini.

Un grande ringraziamento va agli amici dello Jaku Toys di Garbatella (via Ignazio Persico 48 Roma). Oltre ad essere nostri grandi amici si sono offerti di ospitarci al loro stand permettendoci di essere presenti a questa edizione di Romics.

In attesa delle grandissime novità di Aprile vi mostriamo qualche foto di questo Romics di Settembre.

Conferenze a Narni Comics & Games

Come abbiamo detto nel post precedente, in questi giorni si sta svolgendo la fiera di Narni Comics & Games. Quello che ancora non sapete, è che terremo due presentazioni relative ad alcune delle nostre ultime uscite.
Vi aspettiamo numerosi!


Shadowplay tra letteratura e horror

Domenica 4 ore 15:00

Shadowplay, una delle serie a fumetti di punta della Prankster Comics, si rilancia. Un nuovo disegnatore (Stefano Mastrantuono) e una bellissima nuova avventura, che vede come protagonisti, oltre a Eros e Giordano, alcuni personaggi della letteratura.

Un mix imperdibile di horror, citazioni letterarie e avventura.

A Narni comics 2016 vi raccontiamo il nuovo numero, le tante fonti d’ispirazione e le novità di questo nuovo corso di Shadowplay. Partecipano: Renato Umberto Ruffino, Alessio Nocerino, Stefano Mastrantuono.


L’Isola Blu. Tra dolci sogni e illustrazioni

Sabato 3 Ore 12:00

La Prankster Comics, dopo essersi dedicata per tanto tempo solo ai fumetti, ha deciso di lanciare una nuova collana dedicata ai più piccoli, una serie di libri illustrati caratterizzati dalla grandissima cura grafica e dai testi immediati ma pieni di insegnamenti.

Le due autrici: Laura Ester Ruffino e Federica Lauria ci raccontano la nascita di questo progetto e ci regalano l’anteprima del nuovo volume della collana: “Il re tondo”.

 

La Prankster Comics sbarca a NARNI!!!

Il primo week end di Settembre sarà all’insegna del fumetto e del divertimento.

Nel suggestivo e bellissimo borgo medievale di Narni dal 2 al 4 Settembre (provincia di Terni) si terrà la “Narni Comics & Games”.

La location di quest’anno sarà un incantevole “trittico”, ovvero: Il Museo Eroli, il Teatro Giuseppe Manini ed il Palazzo degli Scolopi.

Noi della Prankster Comics saremo presenti con tutto il nostro catalogo ed i nostri autori, tra cui una nuova promessa del fumetto italiano che farà il suo esordio proprio durante questa manifestazione!

Durante i tre giorni di fiera faremo dei portfolio review e avremo modo di lanciare un “contest” che a breve sarà pubblicizzato anche sui social e sul nostro sito.

Quindi l’appuntamento questo week end è nella bella città di Narni!
Dal 2 al 4 Settembre vi aspettiamo per passare un paio di giorni in allegria in nostra compagnia!

Renato Umberto

Aprile è tempo di novità per la Prankster Comics

Romics 2016 edizione primaverile. Iniziamo ringraziando i nostri fraterni amici de “Il Brucofarfalla” con cui abbiamo gioiosamente condiviso lo stand.
Questa è stata la nostra migliore edizione di Romics! Ma la cosa di cui siamo certi è che la prossima sarà ancora migliore, perché i nostri progetti aumentano in modo esponenziale e in tal modo, certamente, i nostri lettori aumenteranno sempre di più.