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BLACKSTEAM – ARTEMISIA E LA CULTURA DEL SUO TEMPO

CHARLES PIERRE BAUDELAIRE  (Parigi9 aprile 1821 – Parigi31 agosto 1867)

(a cura di Valentina Di Stefano)

“Si può fare cultura con un fumetto?” Mi sono fatta questa domanda quando mi fu chiesto di scrivere la sceneggiatura di Blacksteam. Ovviamente, intendendo il termine cultura nel suo senso più ampio, non solo riferendosi alla cultura propria del fare fumetto.

La risposta è venuta da sola quando ho cominciato a delineare il personaggio di Artemisia, il suo mondo, il suo background e la sua personalità. Artemisia è una donna colta e raffinata, è laureata in fisica e fa la scienziata, ma ha una tale curiosità per il mondo che la circonda che è amante dell’arte e della letteratura, è affascinata dalle persone che fanno cultura e del grande potere che il fare cultura porta con sé.

Ed allora perché non inserire all’interno della trama, collegati con il racconto che si va sviluppando, piccoli pensieri di grandi menti?

Nel primo numero viene riportato il testo di un componimento poetico intitolato “LE TENEBRE” tratto da “I FIORI DEL MALE” di Baudelaire, che sicuramente Artemisia, la nostra protagonista, ha letto ed ha fatto sua.

 

LE TENEBRE

Nei sotterranei d’insondabile tristezza

dove il Destino mi ha ormai relegato;

dove un raggio ilare e roseo mai non spezza

il buio e, solo con la Notte, ospite ingrata,

 

sono come un pittore che un Dio ironico

condanna, ahimé! a dipingere le tenebre;

dove, cuoco dagli appetiti funebri,

faccio bollire il cuore e lo divoro,

 

a tratti brilla, e s’allunga, e si spiega

un fantasma fatto di grazia e di splendore.

Alla sognante andatura orientale,

 

quando raggiunge la sua grandezza intera,

conosco la visitatrice misteriosa:

è Lei! Nera e tuttavia luminosa.

 

CHARLES PIERRE BAUDELAIRE è stato un poeta, scrittore, critico letterario e d’arte, filosofo, aforista, saggista e traduttore francese.

È considerato uno dei più importanti poeti del XIX secolo, esponente chiave del simbolismo e grande innovatore del genere lirico, nonché anticipatore del decadentismoLES FLEURS DU MAL, la sua opera più nota, è considerata uno dei classici della letteratura francese e mondiale.

Può essere considerato il primo dei cosiddetti “poeti maledetti”, ha influenzato molti autori successivi appartenenti anche a correnti letterarie e vissuti in periodi storici differenti, ed è considerato ancor oggi non solo come uno dei precursori della letteratura decadente, ma anche di quella poetica e di quella filosofia nei confronti della società, dell’arte, dell’essenza dei rapporti tra esseri umani, dell’emotività, dell’amore e della vita che lui stesso aveva definito come “modernismo“.

 

Figlio  di un uomo seguace dell’Illuminismo troppo presto scomparso (il padre di Baudelaire aveva sessantadue anni alla sua nascita e Charles aveva appena sette anni alla sua scomparsa, sua madre, invece, aveva solo ventisette anni quando lo mise al mondo), Baudelaire visse  la sua giovinezza in pieno romanticismo.  Infanzia infelice, tra la madre, che adorava ma alla quale non perdonò il  nuovo matrimonio, ed  il  patrigno, il quale non comprese gran che di questo giovane fragile e pieno di contraddizioni, di cui voleva determinare i percorsi d’istruzione, destinandolo agli studi di Diritto.

Baudelaire, invece, sceglie ben presto la bohème del Quartiere latino e medita un programma di vita che gli eviti a tutti i costi di diventare un “homme utile”. A vent’anni, quando ha già avuto una relazione tempestosa  con una prostituta ebrea, e già  le relazioni familiari si sono guastate, su decisione della famiglia viene costretto ad imbarcarsi per l’India: in realtà, si ferma alcune settimane all’Isola Mauritius, quindi alla Réunion, si riempie gli occhi di immagini e di colori sontuosi, scopre i poteri della sensualità e rientra in Francia fin dal febbraio 1842, dopo appena dieci mesi d’assenza. Da questa esperienza tuttavia nacque la passione di Baudelaire per l’esotismo, che si rifletterà in seguito nelle sue opere. Raggiunta la maggiore età, riceve l’eredità del padre naturale e conduce  una vita che la famiglia considera  abbastanza dissoluta (il patrigno vedeva di mal occhio la sua relazione  con una mulatta, Jeanne Duval e non approvava le sue frequentazioni artistiche) tanto da imporgli un giudice tutelare, al fine di privarlo del godimento dei beni. Queste vicissitudini intime e familiari faranno  di Baudelaire un disadattato a vita.

Nonostante non avesse pubblicato ancora nessuna opera, già nel 1843, Baudelaire era conosciuto nei circoli letterari Parigini come un dandy dedito a spese e lussi che spesso non poteva neppure permettersi, circondandosi di opere d’arte e libri; i generosi dispendi economici del suo tenore di vita intaccarono rapidamente la metà del patrimonio paterno costringendo la madre, dietro consiglio del patrigno, ad interdire il giovane e affidare il suo patrimonio ad un notaio.

In questo periodo entrò a far parte del “CLUB DES HASHISCHINS, un circolo di letterati e intellettuali dediti all’esplorazione delle esperienze e delle allucinazioni prodotte dalle droghe, prima fra tutte l’hashish. Al 1845 risale la prima pubblicazione con la quale si guadagnò parecchie attenzioni in campo artistico, per l’audacia delle idee esposte e per la competenza dimostrata dall’autore.

A questo primo “successo” personale faceva contrasto però il suo stile di vita: sempre più pressato da debiti, dubbioso sul proprio futuro, solo e con una condizione psicologica precaria, Baudelaire tentò per la prima volta il suicidio.

La vita di Baudelaire nei primi anni della seconda metà dell’Ottocento permaneva nelle medesime condizioni di precarietà, tra alloggi momentanei, debiti pressanti, lavori altalenanti e una salute cagionevole. Inizia ad amare la musica di Richard Wagner, che conobbe in occasione della rappresentazione parigina del Tannhäuser e di cui ammirava la musica innovativa, al limite della tonalità, ch’egli paragonava alle sensazioni dell’oppio e lo scrittore Edgar Allan Poe, cui dedicherà diversi articoli e personali traduzioni in francese. Poe e il romanzo gotico rappresenteranno per Baudelaire una potente influenza, che risulterà più evidente in svariati componimenti de “I fiori del male”.

Baudelaire venne processato nel 1857, per la pubblicazione de “I Fiori del Male”, insieme al suo editore. Baudelaire venne accusato di “offendere la morale pubblica e il buon costume”. Essendo già incastrato in una situazione difficile a causa della sua partecipazione alla rivoluzione del 1848, Baudelaire e il suo editore vennero processati e lo scrittore dovette pagare una multa di 300 franchi ed eliminare 6 poesie considerate “oscene”. Nel 1864, dopo essere stato rifiutato all’Académie française, decise di recarsi a Bruxelles con la speranza di ricavare del denaro per mezzo di alcune conferenze, cercando anche di vendere i diritti delle sue opere. A Bruxelles la sua dipendenza dalle droghe peggiorò ulteriormente, portandolo a fumare oppio e ad abusare degli alcolici.

Nel 1866 a Namur, venne colpito da ictusemiplegia e afasia e rimase paralizzato nel lato destro del corpo; riportato a Parigi, con la sifilide arrivata ormai all’ultimo stadio, nella casa di cura del dottor Duval, cercò sollievo nelle droghe e nell’alcol, ma nel 1867, morì, a soli 46 anni, tra le braccia della madre dopo una straziante agonia.

Nel 1949 la Corte di Cassazione francese decise di riabilitare opere e memoria del poeta scomparso.

 

LES FLEURS DU MAL: il titolo di quest’opera riassume a pieno l’idea di bellezza propria del poeta francese. Il male, come il bene, ha i suoi fiori, le sue bellezze. Il male risulta però più attraente e più accattivante. Quest’opera evoca il “viaggio” immaginario, tipico della concezione di vita di Baudelaire. Si parte infatti dall’angoscia di vivere (Spleen), al quale si contrappone da una parte un ideale divino (Idéal), fatto di corrispondenze naturali, d’amore e bellezza, al quale si può arrivare solo tramite la bellezza ideale. Dall’altra parte abbiamo poi la morte, altra fonte di salvezza. Ci arriviamo attraverso il male, la ribellione contro tutto ciò che ci circonda, ma soprattutto contro Dio, con l’utilizzo di droghe e alcol, che rappresentano il tentativo del poeta di trovare rifugio, scoprendo però che sono capaci di donare solo una breve illusione di libertà (Enivrèz Vous – “Ubriacatevi”).

I fiori del male esprimono dunque la vita secondo Baudelaire, divisa nelle seguenti sezioni: Spleen et IdéalQuadri Parigini,Il VinoFleurs du MalRivoltaLa Morte. Il significato della scelta del titolo è anche molto importante. ha un doppio valore simbolico; infatti il “fiore“, nascendo dalla terra, fa parte della natura maligna e perciò viene detto “del male“.

 

 

 

Il personaggio “Charles Baudelaire” ha alimentato il mito del bohémien e del flâneur, lo studente povero o presunto tale, ribelle e amante dei piaceri notturni, dell’assenzio e delle novità in fatto di costumi e di arte. Generazioni di studenti e di poeti si sono ispirati e ancora oggi si ispirano al poeta parigino. Figura in parte contrapposta in parte collocata al fianco del dandy e dell’esteta, Baudelaire incarna quella visione di gioventù romantica dedita all’eccesso e alla poesia, un po’ cupa e rivoluzionaria.

Da sempre l’autore dei Fiori del male è stato assunto a vessillo antiborghese della contrapposizione produttiva, di quel mito romantico che vede nel giovane che si allontana dalla famiglia e che si dedica a droghe, all’alcol e all’arte un portatore del nuovo e un artista all’avanguardia. Baudelaire infatti con i suoi scritti e la sua vita rappresenta tuttora l’artista e il poeta maledetto, figura iconografica che segna ancora profondamente la visione dell’intellettuale e del poeta ai giorni nostri.

I suoi temi principali sono quelli di cui tutta la letteratura moderna sarà nutrita e intrisa: il piacere, soprattutto quando è torbido ed amaro, la perversione, l’odio di sé e degli altri, lo spleen che scava nell’intimità dell’essere, la coscienza sempre più  penosa di se stessi (l’angoscia che pianta sul cranio inclinato il suo vessillo nero)  e infine  la sfida suprema verso una società che si pretende cristiana, quella di dubitare dell’esistenza stessa di Dio.

Baudelaire è risolutamente moderno per  il posto che assegna all’immaginazione. Quest’immaginazione non inerte e passiva  è invero la più scientifica delle facoltà perché essa sola comprende l’analogia universale fra le cose e  permette al poeta di attingere l’ineffabile, lo strumento atto ad esorcizzare l’angoscia che emana dalla molteplicità del reale. Poiché qualsiasi cosa nell’universo si corrisponde la poesia è la matrice dei simboli e dà all’uomo i mezzi per oltrepassare il reale in un surreale che gli rende tollerabile il  reale stesso.

Ti adoro

T’adoro al pari della volta notturna,
o vaso di tristezza, o grande taciturna!

E tanto più t’amo quanto più mi fuggi, o bella,
e sembri, ornamento delle mie notti,
ironicamente accumulare la distanza
che separa le mie braccia dalle azzurrità infinite.

Mi porto all’attacco, m’arrampico all’assalto
come fa una fila di vermi presso un cadavere e amo,
fiera implacabile e cruda, sino la freddezza
che ti fa più bella ai miei occhi.

 

Nella poesia di Baudelaire il miraggio di un’esistenza all’insegna della bellezza pura ed ideale, incontaminata, illesa dalle brutture della contingenza terrena e reale, trasfigurata da sensibilità, malinconia, sana irrazionalità veniva costantemente minato dall’attrazione fatale e perversa verso il male, i piaceri immondi e depravati, quell’inferno che seduce e soggioga e al quale non si può rinunciare.

“Scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti; 
ogni giorno d’un passo, col fetore delle tenebre, 
scendiamo verso l’Inferno, senza orrore.”

Protagoniste di numerose poesie sono le donne, oggetto di ammirazione profonda, di adorazione e, al contempo, depositarie del male nella sua forma più pura. Baudelaire ostenta una violenta misoginia che culmina nella necessità impellente, nel bisogno imperioso della donna stessa, in quanto detentrice di vizi e basse passioni, personificazione del diavolo, peccato a cui non si può far a meno di soccombere.

“Tu, come lama di coltello
sei entrata nel mio cuore in lacrime!
Tu, forte come una torma 
di demoni folle e in ghingheri,

sei venuta a fare del mio spirito
umiliato il tuo letto ed il tuo regno!
Tu, infame alla quale son legato
come il forzato alla catena,

come il testardo giocatore al gioco,
come il beone alla bottiglia,
come la carogna ai suoi vermi!
Maledetta! Maledetta!

Ho pregato la spada rapida
di conquistare la mia libertà;
ho detto al perfido veleno
di scorrere me vile;

macchè! Il Veleno e la Spada
con disprezzo m’han detto:
“Sei indegno di esser strappato
alla tua maledetta schiavitù,

imbecille! Se pure i nostri sforzi
ti liberassero da quel dominio,
tu stesso coi tuoi baci resusciteresti
il cadavere del tuo vampiro!”

L’amore è “un delitto nel quale non si può fare a meno di un complice”, ma anche “un’operazione chirurgica o una tortura” in cui vi è sempre un carnefice ed una vittima. Esso assomiglia alla più bella delle illusioni, perché

“Ho le braccia a pezzi a forza di abbracciare le nuvole.”

 

 

 

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